Problemi risolvibili
Come scrivere un avviso di successo
Come alcune care persone iscritte a questa newsletter sanno, il portoncino d’ingresso del Pellicano, il condominio nel quale vivo, non si chiude, in quanto magico.
Ciò crea una certa quantità di disagi, per esempio di recente alcuni monelli si sono introdotti nell’androne allo scopo di urinare sulle scale. Perché mai? Be’, non è quello che faremmo tutti, vedendo un portoncino aperto?
Così uno dice: chiamate un fabbro. Giusto. Fabbro chiamato. Responso: «Qui serve un elettricista». Allora uno dice: be’, chiamate l’elettricista. Chiamato. Responso: «Qui serve un fabbro». Nonostante gli avessimo detto che era stato il fabbro a dirci di chiamare un elettricista. Così va il mondo.
Dunque abbiamo richiamato il fabbro, e quando dico “abbiamo” intendo io e Claudia, ovvero la vicina sentinella con cui cerco di evitare che il Pellicano sprofondi nell’abisso.
Quando il fabbro ha saputo che l’elettricista aveva smentito il suo responso, prima ha scosso la testa dicendo “elettricisti…” (l’elettricista aveva scosso la testa dicendo “fabbri…”), poi si è tirato su le maniche e ha detto al portoncino: «Ora ti aggiusto io», al che io e il portoncino ci siamo scambiati un’occhiatina senza dire niente.
Dopo circa mezz’ora di grugniti e bestemmie, il malcapitato (e intendo il fabbro) si è dovuto arrendere: il meccanismo della serratura, pur sembrando perfettamente integro, si blocca e torna a funzionare quando gli pare, ovvero dopo dieci secondi.
«Si arrenda» ho detto al fabbro per fiaccarne l’orgoglio predisponendolo così ad accettare la verità, e cioè che eravamo in presenza di mera magia.
«Sai cosa?» mi ha detto lui, ringalluzzito. «Cambio tutta la serratura».
«Uh là là!» ho detto io fingendo di non sapere come sarebbe finita, ovvero con il fabbro in lacrime ai piedi del portoncino aperto.
Cambiata la serratura, il problema infatti era ancora lì.
«Ma com’è possibile!» ha urlato il fabbro prendendo a pugni il portoncino. Mentre veniva portato via dagli infermieri della Bombonera, la casa protetta di San Paco Llorente, faceva il suo ritorno l’elettricista, che dopo aver smanettato con il portoncino per un’ora buona ha infine annunciato: «Vado al bar a prendere una guarnizione», senza far più ritorno.
Quella stessa notte, l’amministratore fantasma del Pellicano, il signor Ruggeri, è apparso a Claudia per annunciarle che presto, al fine di risolvere il problema del portoncino, problema a suo dire di chiara natura elettrica, qualcuno, non lui, avrebbe cambiato l’impianto di tutto il palazzo.
Non la tiro per le lunghe e dico subito che: non funzionerà.
A quel punto cosa ci rimane? Cambiare il portoncino? Ma questo il portoncino non lo permetterà mai. Basta aver visto due o tre film dell’orrore per saperlo.
«Quindi cerchiamo di occuparci di problemi risolvibili, ok?» ha detto Claudia al signor Ruggeri mentre quest’ultimo svaniva in una nuvola verdognola (svanisce sempre quando cerchi di dirgli qualcosa).
I cosiddetti problemi risolvibili sono che:
- la gente non sa come chiudere il portoncino e lo lascia dunque aperto;
- la gente prova a chiudere il portoncino con la forza, sbattendolo con una tale rabbia da far tremare tutto l’edificio, il che arreca notevole disturbo alle persone sensibili, tipo il sottoscritto.
Per farvi un’idea del rumore che fa un essere umano incaroginito quando sbatte il portoncino, immaginate di vivere in una cava di marmo. Anzi immaginate di essere la cava di marmo. Una cava di marmo che sta cercando di scrivere un romanzo di cinquemila pagine. Quindi arriva un tizio con dei candelotti di dinamite e uno Zippo.
Io e Claudia, allora, abbiamo deciso di trovare delle soluzioni temporanee. Prima Claudia ha affisso un cartello con scritto:
Si prega cortesemente di chiudere il portoncino.
Io avevo proposto di togliere il cortesemente e scrivere invece:
Piccola testolina di cazzo che entri e lasci il portoncino aperto, giuro che, se lo fai ancora, sequestro uno di quei genialoidi che entrano a urinare sulle scale, gli faccio trattenere le urine per quarantotto ore rimpinzandolo nel frattempo di ananas e angurie, e poi lo porto a urinare sulla testa di tua madre (ah sì, sequestrerò anche tua madre).
Abbiamo messo ai voti quale fosse il cartello migliore e ha vinto Claudia per due voti a uno (il suo voto vale doppio).
A quel punto c’era il problema di spiegare alle persone che entrano ed escono dal Pellicano come chiuderlo, ‘sto portoncino.
Ho proposto di mettere questo secondo cartello:
Piccola testolina di cazzo che non sai neanche chiudere un portoncino, ma non ti verg…
Claudia non sembrava entusiasta di questo incipit, dunque mi sono corretto:
Come chiudere cortesemente il portoncino: il portoncino, una volta aperto, si chiude dopo dieci secondi. Non stiamo qui a disquisire del perché e del percome (parola che tra l’altro mi piace moltissimo) né del fatto che perché e percome sono in pratica sinonimi, quindi perché (o percome) usarli entrambi? Pensiamo invece a...
Qui Claudia ha sospirato.
«Troppo lungo?» ho chiesto.
Alla fine si è occupata lei di spiegare a voce a tutti gli altri condomini la semplice regola: attendere dieci secondi.
Sorprendentemente, il novanta per cento ha seguito il suggerimento, solo il signor Polpetta (che frigge tutto il giorno e ha le carotidi chiuse al novantotto per cento) e un condomino misterioso (le indagini sono in corso) non hanno recepito il messaggio.
Restava dunque un ultimo problema: i corrieri.
Eh sì. Perché i corrieri arrivano, suonano, aprono il portoncino, entrano, appoggiano delicatamente su un letto di petali di rosa il pacco nell’androne, leggono il cartello Si prega cortesemente di chiudere il portoncino e a quel punto dedicano cinque secondi del loro tempo, che per un corriere sono tantissimi, corrispondono a circa cinque giorni umani, cercando di far esplodere il portoncino sbattendolo.
Serviva dunque una soluzione apposita per loro, «perché chiaramente non si può chiedere a un corriere di attendere dieci secondi» ho detto a Claudia. «Dobbiamo ingannarli».
Claudia era d’accordo e ha proposto di mettere un piccolo punto di ristoro, tipo un tavolino con un tramezzino e un succhetto, «così il corriere si ferma, si ristora, i dieci secondi passano e riuscirà a chiudere il portoncino al primo colpo».
Il problema è che il corriere può semplicemente prendere il cibo e andarsene. Ho proposto allora di mettere una catenella al tramezzino, ma Claudia mi ha fatto notare che in quel caso dovremmo servire tramezzini in metallo. Abbiamo pensato di mettere dei rebus. Non troppo difficili. Anzi diciamo pure elementari. E a tema corrieri. Ma poi ci siamo detti che il corriere un rebus lo ignora per principio, non avendo pertinenza con il suo lavoro.
Alla fine ho proposto quella che sembrava l’idea giusta: scrivere un avviso che costringesse il corriere a fermarsi a leggere per almeno dieci secondi. I corrieri sono esseri umani, dopotutto, e certi meccanismi narrativi funzionano universalmente. Esempio di possibile avviso:
Sei un corriere? Questa è la tua giornata fortunata! Una grossa somma di denaro è stata smarrita presso casa di mia zia Mariuccia, proprio qui a San Paco. La ricompensa per il corriere che riuscirà a trovarla è pari al centodieci per cento del totale (che è una grossa somma!). La zia non si ricorda di preciso dove l’ha smarrita, ma presto ti faremo avere istruzioni più dettagliate. Grazie per l’attenzione! E, molto importante, non dimenticare: grazie per l’attenzione! A proposito: 16 x 3? Bravissimo, grazie!
«Leggendolo in fretta, un madrelingua dovrebbe impiegare una dozzina di secondi» ho detto a Claudia, soddisfatto. Lo sguardo di Claudia però non sembrava pregno dell’ammirazione che mi aspettavo.
«Che c’è?» le ho chiesto.
«Primo,» mi ha detto lei, «è irritante, crei un’aspettativa e poi non dici niente. Come cliccare sul titolo-esca di un video e poi non c’è neanche il video. Io prenderei il portoncino a calci, dopo averlo letto».
«Posso indicare una via precisa».
«Non temi che questo porterebbe a un assembramento di corrieri muniti di picconi e badili in quella via?».
«Posso indicare la via e il civico del signor Ruggeri».
«Mm».
«Posso cambiare il soggetto dell’avviso. Metto una ninfomane smarrita?».
«No».
«Va bene. Poi?».
«Poi cosa?».
«Hai detto primo. Secondo?».
«Ah, sì. Secondo,» ha proseguito Claudia, «anche ammettendo che funzioni, e non lo sto ammettendo, puoi fregarli la prima volta, ma la seconda non leggeranno più il cartello».
«Posso cambiare storia ogni giorno. Sono uno scrittore, scrivo storie, storie avvincenti».
«Tipo quella della ninfomane smarrita?».
«No, eh? Un pacco smarrito, allora. Sembra allettante».
«Ma il punto è: dopo un po’ capiranno che è un trucco e non leggeranno mai più un cartello in tutta la loro vita».
«Be’, quando cominciano a mangiare la foglia cambio strategia e scrivo: Ok, corriere, ti ho ingannato, lo ammetto. Vuoi sapere perché? Il motivo è semplice… eccetera».
«Non so, Eugenio» ha detto Claudia, dubbiosa. «Ho la sensazione che un giorno troverò invece questo cartello: Attenzione! Vi sembra di aver smarrito un condomino? Non è smarrito, lo abbiamo noi corrieri. Si credeva molto furbo e abbiamo pensato di dargli una lezione. Se lo volete tutto intero…».
Rido. Poi dico: «Hai ragione. Sai cosa? Ma perché ci stiamo occupando del portoncino? O del condominio? Chi se ne frega! Facciamoci gli affari nostri come tutti gli altri, amministratore compreso».
«Giusto,» ha detto Claudia, «tanto più che neanche ci pagano».
«Bene, affare fatto» le ho detto, e con una stretta di mano abbiamo suggellato l’accordo.
Ma, detto tra noi, chi vogliamo prendere in giro? Ci sono persone che, se vedono qualcosa che non funziona, non possono non cercare di sistemarla. Claudia è una di quelle persone. Io, invece, amo solo scrivere avvisi.
Due ore dopo, messaggio di Claudia: «Eugenio, qualcuno ha buttato delle bottiglie di plastica nel condominiale dell’organico!».
Rispondo: «Inaudito! Scatta foto, documenta! Io intanto butto giù la prima bozza per un bell’avviso. A proposito, che ne pensi di Piccola testolina di…».


Piccolo capolavoro. Anche se alla fine ha vinto il Sistema. Perché puoi anche sconfiggere la magia del portoncino, ma la plastica nel bidone dell'organico ti riporta sempre al punto di partenza (e comunque, per la cronaca, io avrei votato per il cartello con l'ananas, l'anguria e la madre del monello).
Sono seduta su una panchina prima di entrare a lavoro e sono esplosa a ridere, facendo tremare la panchina.